Con la nomina di Ninni Cutaia all’Assessorato alla Cultura della Regione Campania a guida Roberto Fico, si è conclusa la fase delle iperboli, delle rodomontate e di quel generale delirio che è stato il segno distintivo della Regione negli ultimi dieci anni. Con Cutaia, uomo delle istituzioni, si ritorna alla normalità, avendo al suo attivo una lunga storia di conduzioni di enti e organismi culturali e teatrali. Già dirigente dell’ETI nella gestione di Giovanna Marinelli, poi direttore dopo la parentesi del Ministro Urbani, quindi alla direzione dello spettacolo per il Ministero, inoltre commissario al Maggio fiorentino. A Napoli non è la prima volta, ci arriva tra il 2002 e il 2007 per il Mercadante dove vara alcuni significativi progetti nell’ambito della ricerca, settore che aveva contrassegnato gran parte dell’attività dell’Ente Teatrale Italiano prima della chiusura ad opera del Governo Berlusconi. Arrevuoto fu uno dei progetti di punta dello stabile napoletano, avviato a Scampia da una collaborazione tra più realtà, con un’attenzione alla sperimentazione, con Cda sensibili e comitati che raggruppavano i migliori artisti della città, da Mario Martone a Renato Carpentieri. Erano del resto gli anni di Antonio Bassolino alla Regione dove si vara un ampio sistema culturale napoletano, fatto di Fondazioni, siti museali come Il Madre, organismi, residenze teatrali, la Scabec, società regionale per i beni culturali.

Un assessorato “pensante”
La prima novità della nomina di Cutaia è quindi la ripresa di un assessorato “pensante” e non di mero contorno, la cui delega nella gestione precedente era stata trattenuta dal presidente della Regione con un’ impronta personalistica di beffardo “mecenatismo” : elargizioni come favore personale, con obblighi di fedeltà e consenso. Un “do-ut- des” che ha trovato radici in una città come Salerno (dove De Luca si appresta a tornare) alimentato da insulti, scontri e polemiche, con il San Carlo, con il Mercadante, con il governo; un giro di giostra frenetico e non sempre utile, uno sbandieramento vorticoso di miliardi che non ha cambiato di una virgola gli assetti, limitandosi a mettere uomini di propria fiducia nei posti chiave, riducendo i budget e le potenzialità degli organismi messi sotto controllo e utilizzandoli in chiave di propaganda. Così il Napoli Teatro Festival è diventato il Campania Teatro Festival, per sottolineare l’impegno della Regione, gestito per nove anni da Ruggero Cappuccio e da una governance della Fondazione

di derivazione giornalistica del principale quotidiano campano, con Alessandro Barbano e la stessa origine per dirigere la Film Commission con Titta Fiore; così l’Estate da Re nella reggia a Caserta fatta a onore e gloria del Presidente con Antonio Marzullo, segretario del Teatro Verdi di Salerno, quest’ultimo foraggiato di molti fondi per la stagione lirica diretta da Daniel Oren; così il Festival di Ravello dove nessun direttore è durato più di un mattino, e qualcuno è stato anche cacciato come fu il caso di Scurati e Saviano. Ma se nello spettacolo nomine e azioni sono state più visibili e centrali, accompagnate spesso da punitive riduzioni del budget per lesa maestà (vedi attacchi al sovrintendente del Teatro San Carlo Lissner o al direttore del Teatro di Napoli Mercadante, Roberto Andò), quello che è passato più in sordina, è stata la gestione dei beni culturali che poi rappresenta il core business della regione. A Napoli con il suo sistema museale di altissimo valore ma anche nell’intero territorio che pullula di siti culturali in gran parte abbandonati a loro stessi, lasciati alla manutenzione ordinaria dei Comuni e alla cui conduzione è stata posta l’immobiliarista Patrizia Boldoni. Due iniziative lodevoli soltanto rimangono di questa decennale gestione, la digitalizzazione del patrimonio con l’Ecosistema Digitale per la Cultura e l’ Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano.

La SCABEC, elefantiaco distributore di consulenze
Il nodo cruciale della gestione fallimentare di questi dieci anni e che si trova dinanzi il neo assessore, è la Scabec, società regionale che come dice il nome, avrebbe dovuto occuparsi di beni culturali e che nelle mani di De Luca e dei suoi uomini posti a governarla è divenuta un mero erogatore di fondi per attività varie, rassegne, spettacoli, eventi ma soprattutto un elefantiaco distributore di consulenze che hanno portato l’ente alle soglie del fallimento, salvato in extremis con un drastico ridimensionamento e la nomina di Pantaleone Annunziata, ex segretario del Pd napoletano e con una nomina a direttore dell’ultim’ora di Luigi Raia, bloccata da Fico dopo l’insediamento della nuova Giunta. La Scabec avrebbe dovuto occuparsi della valorizzazione dei vari siti sparsi sul territorio che sono numerosi e di grande importanza storica e culturale, come la miriade di siti nel salernitano e nel Cilento, nell’avellinese e nel beneventano, nel casertano, in gran parte inutilizzati. Con i vari fondi cosi rumorosamente sbandierati andava colmato quel gap che i tanti progetti dei due settennati della programmazione europea non sono riusciti a colmare in termini di sviluppo, lavoro giovanile, economia culturale. Intanto per la inevitabile centralità del capoluogo napoletano che ha sempre assorbito la gran parte dei finanziamenti, anche perché a Napoli c’è un sistema organizzato di enti, fondazioni, siti museali, teatri, produttori nei vari settori di cinema, teatro, letteratura. Una ricchezza da antica capitale che finisce inevitabilmente con l’oscurare la povertà produttivao degli altri territori.

Una prima azione che va fatta necessariamente è quindi il riequilibrio tra Napoli e il territorio regionale, rivedendo l’intero sistema dei beni culturali a cominciare dal ripristino della mission della Scabec che come ente erogatore di eventi, è del tutto superfluo; altro capo da riprendere è la Legge 6 dello spettacolo, per la sua dote che si è ridotta via via negli anni (incrementata dai fondi POC) e per la ridistribuzione anche qui in chiave territoriale, aprendo i requisiti ai piccoli teatri, ai nuovi operatori, ai nuovi gruppi. Esistono infatti piccole sale teatrali in provincia come a Pontecagnano con il Mascheranova, o a Battipaglia con il Piccolo Teatro, dove giovani operatori organizzano rassegne di teatro di ricerca con mezzi propri, senza dimenticare il lavoro certosino a Pagani di Nicolantonio Napoli con Casa Babylon e Scenari pagani. Nel salernitano

esistono storie assurde, sale teatrali di cinquecento posti come il Teatro Leo De Berardinis di Vallo della Lucania, con stagioni effimere o affidate ad operatori locali, in concorrenza con altra sala omologa gestita dalla chiesa, il Teatro della provvidenza, o Il teatro Eduardo De Filippo di Agropoli. Sale dedicate ad illustri maestri che quando funzionano hanno sempre stagioni improntate alla comicità e all’intrattenimento leggero

come se in provincia non potessero trovare posto altri progetti teatrali. E’ certamente difficile organizzare il pubblico in paesi dove la vita culturale è estremamente povera, soggetti allo spopolamento delle nuove generazioni, per questo i Circuiti sono stati definiti “organismi di promozione del pubblico”, come il Teatro Pubblico Campano. Gestito da decenni da Alfredo Balsamo, il circuito gestisce trenta teatri con cartelloni professionali “bilanciati” tra tradizione e contemporaneità. Alla spesa di cartelloni contribuiscono i Comuni delegando al circuito le scelte artistiche e l’incasso. Negli anni il circuito ha conquistato sempre nuove sale raggiungendo oltre ai capoluoghi sempre più comuni, anche periferici, Teano, Nola, Acerra, Pompei, Piano di Sorrento, Vallo della Lucania, Telese e sale dell’entroterra napoletano e cartelloni aperti anche a spettacoli di sperimentazione oltre alle produzioni con grandi nomi. Si potrebbe fare di più con una maggiore attenzione a iniziative napoletane che andrebbero sostenute e distribuite, – come ad esempio la Scuola Elementare del Teatro di Davide Iodice – o con percorsi di formazione del pubblico e degli operatori, attenzione a progetti sociali di inclusione. Carenze che certo dipendono anche dai Comuni, da sindaci che usano i fondi europei per fare rotatorie o sottopassaggi, quasi mai progetti culturali verso i quali hanno scarsissima attenzione.

Una visione di economia culturale
Quello che è mancata in questi anni di governi della sinistra in Campania è una visione della cultura intesa come motore di sviluppo dei territori che riuscisse a creare in altri luoghi almeno parte della ricchezza produttiva di Napoli, una visione che incentivasse i sindaci dei comuni delle diverse province campane a comprendere il valore della cultura e ad utilizzare i tanti siti per produrre lavoro per i giovani, ridurre lo spopolamento, in un sistema integrato tra università, regioni, comuni. Al di fuori di Napoli, in Campania il teatro conta migliaia di appassionati di attività amatoriali ma ha scarsi sbocchi nella professionalità, nella progettualità e nella organizzazione della cultura. Negli anni dell’ ETI, fu varato un importante progetto che certo Cutaia ricorda, quello delle Aree disagiate promosso da Walter Veltroni che avviò sinergie tra comuni province e gruppi teatrali; così in Puglia con l’azione dei Teatri abitati. varata dal Teatro pubblico pugliese.

Molti capitoli aperti per il nuovo assessore
Vi sono molti punti quindi su cui può concentrarsi il lavoro di un nuovo assessore alla Regione Campania, uscendo dal solito seminato di grandi siti, grandi eventi, grandi nomi; un lavoro che non può prescindere dall’inserimento di uomini e donne nuovi nelle strutture, con l’avvio di bandi effettivi per le direzioni e per la gestione di sale, specialmente laddove queste ultime sono in mano alle stesse persone dai tempi di Valenzi, un deep state che amministra l’esistente senza contraccolpi e senza alcun rinnovamento, un sistema culturale ben consolidato e molto radicato nella città, fatto di aziende creative e di produttori che lavorano da decenni e che condizionano pesantemente la politica culturale regionale e cittadina. In ogni caso, somme ingenti sono passate negli ultimi dieci anni per la cultura dalla Regione Campania ma con scarsi risultati in termini di occupazione e sviluppo. Non risultano in tal senso misurazioni oggettive da parte della Regione che pure ha uffici statistici addetti allo scopo né dati pubblicati sul sito della Regione Campania che illustrino i capitoli di spesa anno per anno e per settore, spettacolo, promozione, beni culturali e bene si farebbe a rendere più leggibile in tal senso il sito web della Regione.

Un lavoro complesso e non certo facile che attende il neo assessore, di cui si conosce la competenza specialistica ma non l’inclinazione a radicali rivoluzioni e la cui nomina sorprende per il suo carattere istituzionale; ma va certamente accolta con favore dopo gli anni di burrasca deluchiani per un auspicato maggiore rispetto per le istituzioni e per le persone che lavorano nel vasto mondo della cultura e dello spettacolo.
In copertina Attesa di Mimmo Jodice