De Cristofaro: per un teatro dis-educativo

Il teatro o è pericoloso o non è. Certo, lo spettacolo, che non è il teatro, può e deve avere un diverso ruolo nella società. Lo spettacolo deve piacere e compiacere, deve conquistare i pubblici più vari, deve aiutare le persone a sopportare la fatica del quotidiano, la noia e la dispersione delle vite consumate da un sempre più vorticoso movimento verso il nulla. Il teatro, invece, deve poter “danzare alla rovescia”, deve poter indicare a noi, stanca umanità che cammina sull’orlo di un dirupo, una luminosa e radicale epifania. Per fare ciò, il teatro deve ridiventare fortemente (dis)educativo, come lo è stato fin dalla sua origine.

Il regista Pasquale De Cristofaro

Più vicino al sacro che all’istituzione; barbarico per sua natura e filosoficamente aporetico. Il grande Solone nella Grecia arcaica assistendo ad una rappresentazione di Tespi, investì l’attore chiedendogli se non si vergognasse di mentire in maniera così spudorata davanti a così tante persone. Dopo Solone, arriveranno i divieti e le esclusioni di Platone che nella Repubblica mette in evidenza il valore diseducativo dei mythoi, in specie di quelli tragici. Il teatro fuori dalla città ideale, insomma, così come gli attori più tardi, fuori dai cimiteri. Infatti, sulla scia di Platone i padri della chiesa cristiana consegneranno a molti loro scritti polemici e violenti anatemi contro le scene, gli attori e il teatro più in generale. Il teatro commerciando con l’irrazionale, con l’emotività ha come scopo principale ciò che è da sempre incompatibile con ogni funzione educativa.

Carlo Cecchi e Angelica Ippolito in “Sik Sil l’artefiche magico”

Anche il sofista Gorgia, poco prima di Platone, definirà la tragedia come un inganno dove chi inganna, però, è più onesto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare; e ancora, “chi ascolta la poesia tragica viene assalito da un fremito di terrore, da una compassione che induce al pianto dirotto, da un intenso desiderio di dolore, e l’anima per effetto delle parole soffre per le fortune e le disgrazie altrui come fosse una sofferenza propria”. Da subito, la consapevolezza del carattere illusorio del teatro non contraddice la sua capacità di suscitare destabilizzanti sconvolgimenti emotivi. Lo stesso Aristotele, analizzando la tragedia nella sua Poetica non può che notare che essa, “attraverso la pietà e il terrore, porta alla catarsi ovvero alla purificazione di tali passioni”. In realtà, è molto difficile poterlo definire.

Il principe costante di Grotowsky

Il teatro è un mistero dionisiaco. Dioniso, dio del teatro, è il dio della follia e della notte, del disequilibrio e dell’eccedenza. E’ l’ombra di Apollo, è l’Atene doppia come il teatro e il suo doppio di memoria artuadiana. Forse, è per questo che c’è così poco teatro sulle nostre scene. Varrebbe la pena, forse, andarlo a cercare fuori dalle scene ufficiali. Artaud, il Living, Grotowski, Kantor, Carmelo Bene, De Berardinis, Moscato sono gli ultimi grandi che hanno giocato con Dioniso. Hanno generato fuoco che ha bruciato le pantomime pervertite e hanno ridato luce, trasparenza e poesia ai loro corpi martoriati. Vittime sacrificali di un rito antichissimo e, ormai, perduto. Si salvi chi può, è il titolo di un mio ultimo movimento scenico dedicato Pier Paolo Pasolini, Heiner Muller, Christa Wolf e Thomas Bernhard. Anch’essi maestri dell’Apocalisse che mi hanno insegnato a diffidare della buona educazione e delle buone maniere. Lunga vita al teatro.     

Luciana Libero