Ritorna “Jucature” di Enrico Iannello, un fortunato ‘colpo’ di teatro

Dopo il debutto nel 2013 a Napoli, è ritornato in scena il fortunato spettacolo tratto dal testo di Pau Mirò, nella traduzione, adattamento e regia di Enrico Iannello, prima al Teatro Diana di Napoli e quindi fino al 19 aprile al Teatro Sala Umberto di Roma. Con Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo, Giovanni Allocca, prodotto da Diana Oris e da Teatri Uniti, lo spettacolo è stato ripresentato in una nuova versione e con nuovi attori.

“Jucature ” (Giocatori), tradotto, adattato e diretto da Enrico Ianniello, nasce dal testo del drammaturgo catalano Pau Miró, Premio Butaca 2012 e Premio Ubu 2013 come miglior testo straniero nella prima versione italiana firmata dallo stesso Ianniello, che ne ha curato la trasposizione in lingua napoletana. La partitura scenica si dispone attorno a un tavolo da gioco e convoca quattro figure marginali, irresistibili e insieme dolenti, assimilabili – non a caso – ai semi delle carte. Un attore incapace di superare i provini, ma abile nei piccoli furti e incline a vuoti di memoria come forma di adrenalina; un ex barbiere che occulta la perdita del lavoro e sospetta il tradimento della moglie; un custode di cimitero, solo e bisognoso d’affetto, invaghito di una prostituta polacca; un professore universitario di matematica, ossessionato da uno studente che ne ha incrinato l’autorità e dal padre defunto che riaffiora nei sogni. Ne emerge un capitale umano sghembo, sospeso tra azione e paralisi, in cui vizi e fragilità affiorano in confessioni a mezza voce: un catalogo di debolezze esibite con ironia in una società che impone performance e felicità di facciata. La partita, tuttavia, non comincia mai. In una sorta di aspettando Godot dell’oggetto teatrale, le carte restano un pretesto per un confronto serrato sulle scelte esistenziali e sulle loro conseguenze, spesso disastrose. Il dialogo – più che l’azione – diventa il vero campo di gioco, mentre la solitudine, comune denominatore, cerca un argine nella parola condivisa. Il finale, calibrato e non prevedibile, scioglie la situazione iniziale conducendo a una verità ulteriore, dopo quelle agrodolci emerse lungo il percorso. Nessuno vince davvero: i personaggi restano perdenti su più piani – lavorativo, affettivo, relazionale – ma un colpo che richiama, per struttura, “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, seppur con esito più favorevole, imprime una svolta. È l’innesco di decisioni inattese: anche gli insospettabili assumono, almeno temporaneamente, il controllo delle proprie vite. Il gioco si rivela così metafora trasparente dell’esistenza.

Enrico Iannello

Il punto di forza dell’allestimento risiede nell’organicità del gruppo attoriale. Accanto alla collaudata coppia televisiva – Adriano Falivene (l’attore-ladro) e Antonio Milo (il becchino balbuziente), noti anche per “Il Commissario Ricciardi” tratto da Maurizio de Giovanni – si distinguono Giovanni Allocca (il professore) e Marcello Romolo (il barbiere). Ognuno costruisce il proprio ruolo attraverso un sistema di tic, manie e micro-segni che restituiscono una vivida umanità. Le loro figure si collocano idealmente tra Eduardo e Čechov, con echi di Totò e Troisi.

La regia di Ianniello privilegia la relazione autentica tra gli attori e un equilibrio drammaturgico netto, puntando su pochi personaggi e su una dinamica corale. Il pubblico è chiamato a partecipare emotivamente, quasi a diventare un quinto giocatore. I cambi scena si arricchiscono di inserti performativi – come le incursioni giocolieristiche di Falivene – che introducono un livello meta-teatrale. Rilevante anche la riscrittura, capace di coniugare registro comico e venature drammatiche, già sperimentata dall’autore stesso in scena. Il dialogo tra Napoli e Barcellona – già attivo in “Chiòve” (2007), – si rinnova qui su un piano linguistico più che geografico: “Jucature” è ambientato in una Napoli non referenziale, che favorisce l’immedesimazione. I personaggi restano senza età definita, identificati soprattutto dalla loro presunta professione. Nel precedente cast, figuravano Renato Carpentieri, Tony Laudadio e Luciano Saltarelli. Lo stile rimane quello della commedia contemporanea spagnola: dialoghi serrati, ritmo sostenuto, esplorazione grottesca del fallimento maschile, con pause misurate e ironia diffusa. Degna di nota la fotografia di scena di Imma Di Lillo, che adotta soluzioni quasi cinematografiche – piani-sequenza, fermo immagine, inquadrature strette – a conferma di una scrittura visiva ibrida. Non a caso, “I Giocatori” è diventato anche un film TV (2015), esordio registico dello stesso Ianniello. In ultima istanza, l’opera invita a un confronto con la propria immagine riflessa: un teatro intimista e poetico che, attraverso ironia e malinconia, mette a fuoco fragilità universali e la necessità di fare i conti con i fantasmi del passato e del presente.

Carla Palmese