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Nella rassegna del Fitzcarraldo Cineclub in programma al Porta Catena di Salerno i film I pugni in tasca e Qualcuno volò sul nido del cuculo restaurati in 4k
Nel cinema d’autore – per come lo intendono i francesi – si dice che l’opera prima è un biglietto da visita importante. Al primo film un’artista in realtà è un regista non un autore (sempre seguendo i dogmi dei critici francesi), perché tale status lo si raggiunge nel tempo, nel momento in cui si è razionalizzato lo stile (altro concetto chiave, per il quale rimando a Panofsky[1]). Tuttavia, per determinate figure della storia del cinema, il biglietto da visita ha già un’aura autoriale: pensiamo a Orson Welles con Citizen Kane (1941), a Federico Fellini con Lo sceicco bianco (1952), oppure a Ingmar Bergman con Crisi (1946). È il caso anche del nostrano Marco Bellocchio, che nel 1965 esordisce con un’opera forte e controversa: I pugni in tasca.

Pellicola quasi dimenticata dal cinema nazionale, a maggior ragione per gli ultimi rilevanti lavori di Bellocchio come Il Traditore (2019), Rapito (2023) e ora sulla nuova piattaforma HBO Max con Portobello (2025). Attraverso una collaborazione tra la Cineteca di Bologna e Cat People Distribuzione, torna in sala e alla memoria un’opera prima coraggiosissima, che sfidò per certi versi l’establishment italiano. Il 1965 è l’anno del benessere economico, del rilancio sociale, culturale e commerciale. Bellocchio arriva al cinema con un’opera che è un’ode all’imminente rivoluzione giovanile, al tramonto di determinati valori tradizionali, in primis caratterizzati dal forte distacco tra le generazioni. Quindi un film in netto contrasto col mood positivista dell’opinione pubblica. Un contrasto esaltato anche da autori e intellettuali dell’epoca, per esempio: Pier Paolo Pasolini con il documentario Comizi d’amore (1964) e Luchino Visconti col film Rocco e i suoi fratelli (1960). Infatti, in tali opere è al centro proprio il tema della famiglia, soprattutto l’incomunicabilità, il mindset e gli approcci culturali tra le vecchie e le nuove generazioni (su questo un altro maestro come Yasujirō Ozu ci ha costruito un’intera filmografia). Il tutto viene drammatizzato come in un mito greco, dove si arriva a tradimenti, violenze e addirittura a omicidi. Una nazione divisa tra forma e sostanza: benessere economico ma dentro le comunità ne fanno da padroni ancora il bigottismo, il razzismo, la differenza tra le classi sociali e di genere. E quando accade che un film si discosta con forza e indipendenza dal periodo storico della nazione di riferimento, diventa un case studies già in termini di produzione e distribuzione. I pugni in tasca non fu accettato dalla Mostra del cinema di Venezia, seppur poco dopo cominciò già a vincere premi nazionali ed europei. Un film fortemente voluto dal regista prossimo a diventare autore, convincendo addirittura il fratello a finanziargli l’opera. È cinema che è strettamente collegato ad atto di coraggio, e non solamente artistico.

Atto di coraggio anche realizzare Qualcuno volò sul nido del cuculo, perché raccontare negli anni ’70 i lati oscuri dei sistemi ospedalieri o psichiatrici americani non era roba da poco. Lo poteva fare soltanto un emigrato come Miloš Forman, una delle tante storie di registi annessi da Hollywood. Dieci anni dopo l’opera prima di Marco Bellocchio, quando negli States (durando purtroppo per pochi anni) il cinema è in mano agli autori della New Hollywood[2], i quali rivitalizzano la settima arte attraverso un rinnovamento dei generi e delle narrazioni. Il caso di Forman – così come anche quello di Sidney Lumet e altri – è da un lato caratteristico di un cinema moderno profondamente sociale, dallo spiccato sentimentalismo e anticonvenzionale, ma allo stesso tempo sui-generis a differenza di altri colleghi ben addentrati in una specifica corrente. Qualcuno volò sul nido del cuculo cambia il punto di vista dello spettatore, umanizzando ancora di più categorie sociali dei quali l’opinione pubblica sapeva poco, o faceva finta di non sapere. La capacità di Forman (qui si vede la sua matrice europea) è quella di entrare nella psiche rarefatta di personaggi eclettici e irriverenti, dove la magistrale interpretazione di Jack Nicholson (lanciato dal film) rimane negli annali.

La pellicola successivamente diviene un cult anche televisivo, oltre che accademico, perché presa come oggetti di studi psicanalitici per il cinema, oltre che semiotici. Così dentro l’immaginario dei cinefili e degli appassionati da essere “rimediato” sottoforma di miniserie, attraverso lo spin-off Ratched (2020). Spin-off dedicato a quello che è il villain originario, la spietata infermiera che nel film è l’archetipo del disinteresse e dell’odio sociale americano verso i diversi e gli emarginati, dentro un paese ancora permeato dal razzismo e da diatribe interne. I pugni in tasca in versione integrale restaurata è tornato in sala dal 23 marzo, mentre Qualcuno volò sul nido del cuculo si è ripresentato in versione restaurata 4K dal novembre 2025, in occasione del 50° anniversario.

Entrambi arrivano anche a Salerno al Piccolo Teatro Porta Catena, dentro la programmazione del Fitzcarraldo Cineclub. L’opera prima di Marco Bellocchio è in programma per giovedì 9 aprile alle 20:30, in prima visione a Salerno, mentre il capolavoro di Miloš Forman per giovedì 16 aprile alle 20:30, distribuito da Lucky Red. L’ingresso è a €5 per ogni film, riservato ai soci Arci. Come di consueto, dopo le proiezioni ci sarà il dibattito a cura degli esperti del cineclub insieme ai soci e al pubblico, perché ancor di più attraverso questi film «il cinema smuove le coscienze» (Ingmar Bergman).
[1] Stile e tecnica del cinema (pp. 69 – 99), in Panofsky E. (a cura di Irving Lavin, 2011): Tre saggi sullo stile. Il barocco, il cinema, la rolls-royce, Abscondita, Milano.
[2] Nello specifico sull’importanza del 1975 (anno del film di Forman) come momento caratterizzante della New Hollywood e della storia del cinema moderno, consiglio la visione di un documentario uscito on demand su Netflix dal titolo 1975: l’anno che ha stravolto il mondo.
In copertina Paola Perego e Lou Castel in una scena del film di Bellocchio