Inizia il 2026 del Fitzcarraldo Cineclub con un must della settima arte, una rassegna dedicata a Stanley Kubrick con quattro film restaurati al Teatro di Porta Catena di Salerno.
Che Stanley Kubrick fosse un pezzo raro nella storia del cinema è risaputo ormai da decenni. Nonostante un percorso filmografico sui-generis – nemmeno tanto apprezzato quando era in vita -, l’autore americano ha cambiato o meglio evoluto la logica dello sguardo ma anche quelle tecnico-narrative. Kubrick arriva al cinema in un periodo “nero” per Hollywood. Ci troviamo nel secondo dopoguerra, il mercato è profondamente cambiato: maccartismo, censure e secondo divismo condizionano le logiche produttive delle majors. Questo talentuoso fotografo newyorkese esordisce con una pellicola che in seguito ripudierà: Paura e desiderio (1953). Film senz’altro dimenticabile e dimenticato anche dai fan più sfegatati, eppure presenta delle prolessi che caratterizzeranno quasi tutta la filmografia kubrickana, fra gli altri il tema della guerra.

Elemento essenziale e doveroso, in una società caratterizzata dai traumi post-bellici e dalle paranoie di una nuova escalation: quella definitiva contro l’Unione Sovietica. Due anni dopo l’opera prima arriva Il bacio dell’assassino (1955), ed è proprio questo il film di inizio della rassegna La Cura Kubrick (titolo che in realtà si collega alla Cura Ludovico di Arancia Meccanica) a cura del Fitzcarraldo Cineclub. Dal 29 gennaio al 19 febbraio quattro film per scoprire come un fotografo è diventato un genio dell’Arte cinematografica. Il Cineclub è un’associazione culturale circuito ARCI – UCCA, che da un anno sta permeando il centro storico di Salerno con proiezioni di cinema d’autore e dibattiti; un format tradizionale ma resosi necessario dopo la pandemia. Qui il pubblico può esprimersi con appassionati ed esperti, per condividere l’enigma e la bellezza di opere spesso dimenticate. Il secondo film di Kubrick è il primo del dittico noir (insieme a Rapina a mano armata del 1957, anch’esso nella rassegna). Molti ancora non ci credono, che il regista di film come Shining (1980) o 2001: Odissea nello spazio (1968) possa aver realizzato anche pellicole fortemente legate al genere di un determinato decennio.

Seppur la carriera di Kubrick sembri spaccata in due, in realtà anche questi film iniziali rappresentano una voglia di andare sopra le righe, di sperimentare: Il bacio dell’assassino è un film con una grande impronta di inquadrature in stile fotografico, tra campi lunghi, prospettive e gioco ai margini del quadro. Rapina a mano armata ha una struttura narrativa con sfumature hitchcockiane, però con un’evoluzione del plot assolutamente pionieristica, da cult (la maschera del rapinatore ha ispirato quella del Joker ne Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan). Altro film presente nella mini-rassegna e che è stato un amaro in bocca per lo stesso Kubrick è Lolita (1962). Riproposto quest’anno nella sezione classici-restaurati alla 82esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, il film è condizionato dalla censura, come censurato ancor prima l’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (anche sceneggiatore del film). Opera con tagli e appunto censure perché la storia per l’epoca sia in ambito letterario, sia in ambito cinematografico era scabrosa: un intellettuale maturo che si innamora di una minorenne.

Una storia che si smuove tra sacro e profano, pulsioni e sessualità, amore e ossessione. La relazione fra Humbert Humbert e Lolita ha colpito per certi versi lo stesso Kubrick, già in quel periodo sensibile a livello psicanalitico verso l’entropia mnemonica dell’umano. Un film dove un sublime bianco e nero oltre che un costante climax ne fanno da padroni. La pellicola (anch’essa poco amata da Kubrick, dato che la censura non gli permise di realizzarla per come egli l’avesse in mente) è prevista all’interno della rassegna per il 12 febbraio 2026. Ultimo ma non meno importante la versione restaurata 4K di Barry Lyndon, forse il capolavoro dei capolavori di Kubrick, previsto per il 19 febbraio 2026, rispetto agli altri con orario anticipato alle 19.30 invece che alle 20.00. Questo perché i 185 minuti della pellicola rappresentano una visione tosta e intensa, ma allo stesso tempo affascinante: candele, paesaggi, mise en scene, ascesa e caduta di un uomo costituiscono un’epopea sul ‘700 e sulla radice del male delle società civilizzate. Opera del 1975. Il termine opera qui non è utilizzato come mero sinonimo di pellicola e di film, perché Barry Lyndon è un puro affresco di un periodo storico attraverso un simbiotico collegamento con la pittura: pose dei personaggi, scenografia, fotografia e plot diventano in alcune sequenze pura pittura in movimento. Il protagonista è un classico uomo che desidera ascendere a livello sociale (ricorda personaggi letterari di Gustave Flaubert) ma viene risucchiato dal caos di un mondo che non fa sconti. Anzi, il successo caccia il peggio che è in lui, rendendolo a volte addirittura più meschino dei presunti villain. Kubrick raffigura a pieno anche nel contesto settecentesco il concetto di società e di umanità caratterizzate dall’entropia e dalla ciclicità: Il mondo progredisce strutturalmente e meccanicamente, ma l’umano soffre sempre di morbi inconsci, che non hanno né tempo né spazio, quindi sono immutabili.
In copertina foto da Barry Lyndon