Elezioni Salerno 2021/ Diario di una sconfitta annunciata

Se Napoli piange alla ricerca di un candidato, Salerno non ride. Tutto è cominciato all’inizio dell’anno quando un gruppo di sei consiglieri esce dalla maggioranza comunale. Apriti cielo. Una crepa importante sembrava aprirsi in quella sorta di sarcofago di Chernobyl che è il Comune di Salerno, il quale come sappiamo è dal ’93 nelle salde mani della compagine deluchiana, un sistema già in più occasioni analizzato e che da anni gestisce la città come cosa propria. Ripercorriamone in breve le tappe. Nel ’93 Vincenzo De Luca viene eletto sindaco grazie alla fortuita combinazione  di una tangentopoli salernitana che si abbatte sul sindaco socialista Giordano. Giordano uscirà in breve dalla vicenda giudiziaria come la vittima sacrificale di quella stagione la quale apri la strada al sindaco comunista che già da qualche tempo insidiava il potere comunale. Fu in quegli anni che grazie ad un piglio decisionista e ad una abile propaganda personale che gli guadagnò l’appellativo di sceriffo, che De Luca conquistò una fama nazionale. Le vicende di un sindaco che controlla palmo a palmo la città tutto “legge e ordine”, valica i confini cittadini e mette le prime basi di una sorta di mitopoietica fatte di gesta eroiche e di azioni straordinarie. Da allora, gran parte delle analisi su De Luca, sia pur critiche, convergono su una radicata affermazione, che sia un buon amministratore. Ma già in quei primi anni la propaganda nascondeva abilmente molti interessi particolari , a cominciare dalle famiglie di costruttori che da sempre avevano messo le mani sulla città come radici attorcigliate che ne soffocavano lo sviluppo e la crescita. Al sostegno dei costruttori,  si aggiunge uno staff politico improntato alla fedeltà e al servilismo che in cambio di un buon notabilato, offre massime garanzie di obbedienza; l’altra mossa abile è stata la creazione di una clientela diffusa con l’assunzione nelle municipalizzate di vaste aree di cittadini che è diventata occasione di sopravvivenza economica e  quindi di fedeltà assoluta, visto che è in gioco il posto di lavoro; infine non ultimo pilastro, il controllo totale del voto, di stampo stalinista, di famiglia in famiglia, di palazzo in palazzo.  Nel 2006 un gruppo di centro sinistra che fa capo a Alfonso Andria attenta a questo equilibrio, mettendo su 8 liste, Margherita, Udeur Popolari, Uniti per Salerno, La Rosa nel pugno, Verdi, Rifondazione Comunista, Di Pietro Italia dei Valori, Comunisti italiani; ma perde al ballottaggio con il 43% contro De Luca al 55%.  La data è significativa perchè quella sconfitta segna la fine di una normale dialettica democratica nella città. Nel 2006 tra l’altro, la critica a De Luca è variegata e vivace e ha la voce di molteplici attori, dai sindacati a giornalisti affermati che ne descrivono un profilo non prorio edificante e coglie,  dietro il sindaco di sinistra, sfumature sinistre di patti opachi e di azioni che diventano oggetto di interesse della magistratura. Nascono molti casi giudiziari che in dieci anni non arriveranno da nessuna parte e si chiuderanno in assoluzioni, prescrizioni e fatti non commessi. Dal 2006 al 2016, anno delle precedenti elezioni,  il potere di De Luca letteralmente cannibalizza le opposizioni che nei casi migliori si limitano a piccole schermaglie occasionali; smantella con continue affiliazioni quadri politici della sinistra più radicale che passano dalla sua parte e arriva, in dieci anni, a conquistare il 70% dell’elettorato, con la sinistra prima di Sel e poi di SI e di Rifondazione che perdono progressivamente terreno e voti fino a diventare irrilevanti nella competizione politica. Nel 2016 si da un altro tentativo con l’avvento dei 5 Stelle ma anche questo tentativo fallisce. Da Roma, viene bloccata la competizione e c’è chi sostiene che non si voglia disturbare De Luca. Vero o meno, di fatto De Luca non viene disturbato nemmeno in quella occasione. Che succede a sinistra? Con una lista civica denominata “Salerno di tutti“, Sinistra Italiana e Rifondazione riescono a far eleggere, con 2800 voti,  un consigliere comunale, l’architetto Gianpaolo Lambiase, il quale tesse una sapiente rete intorno alla sua persona fatta di piccoli comitati, di gruppi dell’attivismo civico che ne apprezzano l’azione e la sostengono, creando anche una giunta ombra e ascrivendosi una serie di piccole battaglie che in gran parte non raggiungono il bersaglio ma fidelizzano una piccola area di consenso. A questa azione,  nè Sinistra italiana nè Rifondazione sapranno nè farla propria nè opporsi, mentre via via vengono smantellate le postazioni di attività politica, le sedi, le azioni sui problemi caldi della città. Negli ultimi anni, la città viene ulteriormente svenduta a favore dei costruttori tra cui emerge l’impresa dei fratelli Rainone;  dal Crescent per il quale si cede un’area demaniale di 20.000 mq con ingente spesa dell’amministrazione per un condominio privato di lusso la cui battaglia rimane di esclusivapertinenza di Italia Nostra, Comitato No Crescent e il gruppo social dei Figli delle chiancarelle. Così la cessione di Marina d’Arechi, del Palazzo delle Poste, la sede della Procura di via Rafastia, dell’Ex Marzotto,  beni acquisiti dai Rainone e trasformati in lottizzazioni mentre in città si susseguono piccole battaglie sul taglio degli alberi per far posto a parcheggi, la salvaguardia di Piazza Alario, del Porticciolo di Pastena e di tante altre violazioni dei beni comuni su cui si formano vari comitati. Nel frattempo le giunte di maggioranza procedono imperterrite, con funzionari di partito assunti a capostaff del sindaco, e le stesse figure di sindaci che si alternano  per tenere il posto a De Luca (che nel frattempo ha scalato la Regione), diventano chi più chi meno dei facenti funzioni che eseguono fedelmente i desiderata che arrivano da Santa Lucia.  Tutti i partiti scompaiono, a cominciare dal PD che rimane una segreteria politica a servizio dell’ex sindaco. Dal 2006 ad oggi la mancanza di una azione politica seria di  opposizione, sia da parte della destra che della sinistra,  ha fatto conquistare a De Luca l’ulteriore 20 % dell’elettorato salernitano, e cioè un tesoretto di quindicimila elettori e ha posto la città preda di un ricatto per il quale o si è da quella parte o si rischia di fare fatica a mantenere le proprie posizioni. Ma soprattutto in tanti anni, senza una azione culturale degna di questo nome,  si è andata via via formando una comunità in gran parte ignorante, dedita alla furbizia e alla convenienza, dove prevale l’assenza di regole e il bieco affarismo. I servizi sociali vengono affidati ad una pletora di cooperative che alimentano il vasto mondo del consenso, le municipalizzate svendute, nella sfera del pubblico, tutto è all’insegna del profitto. La città non si ribella e in molti  descrivono il quadro di un luogo votato al benessere governato da un politico illuminato.  Così illuminato che arriverà come un ciclone il progetto delle Luci di artista, una paccata di soldi pubblici per luminarie paesane che attireranno frotte di visitatori di bocca buona, a onore e  gloria della propaganda, interrotte grazie al Covid. Rispetto a tutto questo, l’area che si dichiara all’opposizione,  sembra travolta dallo tsunami, uno tsunami che gli stessi oppositori hanno contribuito ad alimentare e tutte le azioni che si fanno ad ogni tornata elettorale sembrano voler  mantenere in vita una stanca finzione. Così quest’anno, nonostante molte smagliature della giunta di Enzo Napoli, siamo arrivati a giugno senza alcuna chiarezza: nessuno dei vari candidati di cui circola il nome, da Andrea De Simone a Francesco D’Ambrosio, riesce al momento a  chiudere in un patto di acciaio di una ampia coalizione tanto i sei consiglieri che i gruppi civici di Figli delle chiancarelle, Coraggio, Salerno in Comune.  Una sia pur flebile speranza si era aperta con l‘avvio da parte di Sinistra italiana e di Rifondazione di una Casa della sinistra e di un appello firmato da circa un centinaio di persone. Ma cento persone che ancora guardano alla sinistra, compreso chi scrive, da sole non significano niente se non diventano parte di una comunità attiva che riapra il dialogo con la minoranza silenziosa della città e apra varchi nel consolidato consenso. Nè aiutano le riunioni con esponenti di Leu come Federico Conte o i deputati dei 5 Stelle, i quali seguono dinamiche nazionali di intese e accordi con il PD su cui De Luca ha molta voce in capitolo a Napoli, figuriamoci a Salerno. Intanto mancano pochi mesi alle elezioni e ad ora, non c’è nè un candidato nè un’alleanza nè l’entusiasmo trascinante che occorre per una discreta campagna elettorale. E il rischio è che anche questa volta, tutto rimanga fermo nel tempo.

 

Luciana Libero

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